Dopo la vittoria del “no” al Referendum Giustizia, ecco Vittorio Feltri fare una sintesi del risultato e degli effetti sul Governo.
Se da una parte c’è chi parla di un piano della Meloni per riprendersi dopo la batosta del Referendum Giustizia che ha visto trionfare il “no”, dall’altra ecco Vittorio Feltri analizzare per Il Giornale gli effetti del voto degli italiani proprio in relazione alla maggioranza e alle richieste di dimissioni verso la Premier giunte dalle opposizioni.

Feltri: il senso del Referendum Giustizia
Rispondendo ad un lettore de Il Giornale che chiedeva un parere in merito all’esito del Referendum Giustizia e alla richiesta di dimissioni verso la Meloni da parte delle opposizioni, Vittorio Feltri ha subito voluto mettere le cose in chiaro: “[…] Il referendum di cui parliamo non chiedeva agli italiani se apprezzassero o meno il governo Meloni. Non era un plebiscito sull’esecutivo, né un giudizio sulla sua legittimità”.
E ancora: Era un quesito tecnico, circoscritto, relativo al funzionamento della magistratura. È stato bocciato quello. Non il governo. Non la maggioranza. Non il presidente del Consiglio”, ha detto il giornalista.
La verità dietro la richiesta di dimissioni alla Meloni
Feltri ha quindi spiegato come il Governo sia forte e come le opposizioni sappiano bene questa situazione al netto della vittoria del “no”: “Il governo Meloni è sostenuto da una maggioranza ampia e solida, uscita dalle urne in modo chiaro. È uno degli esecutivi più longevi degli ultimi anni, circostanza rara in un Paese abituato a governi che durano quanto un temporale estivo. E, fatto ancora più singolare, conserva un livello di consenso e di fiducia che, anziché erodersi col tempo, regge e in alcuni casi cresce”.
“Non è accaduto a molti suoi predecessori. Non a Renzi, non a Conte, non ad altri che, una volta al governo, hanno visto rapidamente dissolversi il credito accumulato. Meloni, al contrario, resta lì. E questo, evidentemente, disturba. E allora si ricorre al vecchio trucco: politicizzare tutto. Trasformare un referendum tecnico in una resa dei conti politica. E, una volta ottenuto il risultato desiderato, usarlo come clava contro il governo”.
Per il giornalista chiedere le dimissioni ora “è segno di debolezza. È l’ammissione implicita di non avere alternative credibili. […] Il governo resta. Lavora. La sinistra protesta. E il Paese, nel frattempo, va avanti”, ha quindi concluso Feltri.